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Brano tratto da Il disertore

Autore: Giuseppe Dessì
Lettura: Il Disertore Cap. XVI-XVII - Edizione Ilisso
Argomento: Il dolore della madre
Durata: 04:15
Dimensione del file: 4 MB

File audio

Capitolo XVI

Per cinque giorni durò questa gioia segreta. Una febbre.

Per cinque giorni era durata bruciando, consumando i pensieri. Andava ogni giorno e qualche volta anche due volte il giorno, a portargli cibo sigarette, medicine, a preparargli il caffè, a guardarlo dormire.

E gli obbediva in tutto. Non aveva mai chiamato il medico perché lui le aveva ordinato di non farlo.

È vero, il ragazzo teneva il fucile carico accanto e diceva che se il medico fosse andato lì contro la sua volontà, lo avrebbe steso. Ma anche senza questo lei non lo avrebbe chiamato.
Era importante non disobbedirgli in niente. Sapeva come erano preziosi quei giorni, quell’armonia che c’era tra loro due soli, quando lei gli si accoccolava accanto e lui si addormentava con la testa contro il suo piede.

Aveva bisogno, per dormire, di quel contatto. Il suo sonno, allora, era tranquillo. Quando era solo, era teso a tutti i rumori del bosco, al silenzio della notte.

I giorni passavano. Cinque giorni. Lei li sentì passare. In seguito, ripensandoci, le pareva di aver sempre saputo quanti erano.

Una mattina, dopo il quinto giorno, lo aveva trovato fuori della porta della capanna, seduto per terra, le spalle appoggiate allo stipite e il fucile tra le gambe. Il sole gli batteva in faccia.
Aveva gli occhi e la bocca socchiusi, come se dormisse nel tepore del primo sole mattutino appena affacciato alla cresta della montagna. Ma lei si era subito accorta che non dormiva.
Lo aveva capito prima di chinarsi a posare il cesto, prima di avvicinarsi a toccarlo.
Erano finiti i giorni, quei giorni contati. Era accaduto quello che doveva accadere, la sola cosa di cui, in tutto quel tempo, era stata certa.
Aveva posato il cesto delicatamente e gli aveva toccato la fronte come per sentire la febbre; e si era sentita dentro quel gelo, quel freddo di tutta la notte, quella durezza, quella definitiva assenza.
Allora, inginocchiata com’era, non per cieca disperazione, ma consapevolmente, a braccia aperte, aveva gridato, gridato il suo nome chiamandolo con tutte le forze, in ragione di
tutto quel lungo e silenzioso strazio, e aveva bestemmiato e maledetto il nome della Vergine e di Gesù.
A distanza di anni ricordava quelle parole terribili, che erano rimaste nella sua memoria come se non fossero sue, come se non fossero uscite dalla sua bocca.
Invece erano sue: se le era portate dentro sempre, per quel momento che doveva arrivare.
Perché tutto era stabilito da sempre. Ma il figlio era lì, davanti a lei, innocente.
Così gli aveva messo tra le dita il rosario che teneva in fondo alla tasca della gonna, ed era andata a chiamare di nuovo il prete perché con l’acqua benedetta levasse da lui anche l’ombra
di quelle parole.

 

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