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Brano tratto da San Silvano

Autore: Giuseppe Dessì
Lettura: Brano tratto da San Silvano II parte, pp. 103-105 Edizione Ilisso
Argomento: Sentimenti e natura
Durata: 4:24
Dimensione del file: 4.14 MB

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So che mia madre si abbandonò a un pianto disperato quando il piroscafo si staccò dalla banchina. Aveva trent’anni. Dopo dieci anni di lotte, finalmente il babbo aveva ottenuto la sua mano, finalmente partivano. Per lungo tempo non sarebbero più tornati. E la mamma piangeva. «Era tanto affezionata alla casa, tua madre», mi hanno detto gli Uras anche l’altro giorno, quando sono andato a salutarli. Infatti ci si affeziona ai luoghi in cui si soffre: si lascia in essi per sempre una parte di noi, una parte delle nostre possibilità frustrate, la giovinezza. La mamma non piangeva per la casa che lasciava: anche gli Uras lo sanno, sanno quale liberazione sia stata per la mamma il matrimonio, e forse pensano, nel segreto, che la mamma piangeva di felicità. Oh! la felicità sarà cominciata dopo quel pianto, un breve e intenso periodo di gioia durante il quale nacque Elisa; ma in quel momento la mamma piangeva su se stessa, sul tormento di tutti quegli anni, per la prima volta. Non aveva mai pianto su di sé, non s’era mai impietosita di se stessa.

Gli Uras mi hanno detto: «Come amava le bestie, tua madre!» e raccontano degli uccelli che essa allevava, stornelli e quaglie; aveva anche un piccolo cervo legato sotto il porticato. Una vera mania insomma. Era l’aspetto di un dolore profondo, di un amore esasperato e represso per tutte le creature che soffrono, il quale solo con gli anni si chiarì in una più consapevole solidarietà umana, che era anche serenità e doveva comportare una dolente e rassegnata limitazione della fiducia negli uomini, e allo stesso tempo un compatimento della loro debolezza e dei loro errori. La fiducia era in un bene lontano, segreto, che nessuno poteva distruggere; il dolore, fatto sangue, diventava accettabile, diventava chiarezza di pensiero, sereno occhio aperto sul mondo. Elisa aveva ereditato dalla mamma questa chiarezza, frutto del travaglio di un’intera vita, l’aveva ereditata come una qualità nativa; così che io ritrovai in lei, senza saperlo, mia madre. E già prima che io ritrovassi in Elisa il volto e le mani di mia madre, il suo amore aveva cominciato a riscaldare il povero bimbo intirizzito che io ero.

Ho risalito ancora una volta la valle del Narti. La pianura era illuminata dal sole fino ad Acquapiana, dove giungeva l’ombra dei monti. Gli agrumeti parevano più cupi, nell’ombra, i grani invece di un tenero verde. Tutt’intorno al paese ognuno si è tagliato un piccolo campo e l’ha cinto di muretti e di siepi. Più oltre invece la distesa verde dei grani è interrotta solo da strade, da macchie di cisti e da questo fiume di alberi e di verzura che è il Narti. Sulle rive del fiume crescono pioppi salici eucalipti, e dove questi sono radi i canneti coprono il greto pietroso lasciando appena intravvedere qua e là il riflesso dell’acqua. Costantemente paragono questa campagna primaverile, per me nuova, a quella estiva che per tanti anni ho trovato immutata, e il pensiero che questa primavera possa sparire da un momento all’altro non mi abbandona mai. Tra gli ulivi riapparirebbero i fieni secchi e le stoppie, la verzura che segna il corso del fiume sarebbe l’unico riposo degli occhi, con le sue larghe curve, nella pianura arida; se ne andrebbe quest’aria buona a respirarsi, questi colori e questi suoni distinti. La pianura tornerebbe di colpo a essere un volto dagli occhi chiusi, simile al volto di queste donne, terreo sotto i grandi fazzoletti scuri. Quando lascio dietro le mie spalle la pianura e mi inoltro tra le montagne color piombo, i segni della stagione si fanno rari, quasi non li avverto più, e sembra proprio che una raffica di vento abbia spazzato via la primavera come un’emanazione notturna del fiume e degli alberi. Gli alberi, nella valle, formano una coltre spessa sui fianchi del monte, sempre uguale d’inverno e d’estate.

Bisogna guardarli da vicino, questi rami, per vedere tra le foglie vecchie e coriacee quelle nuove, di un verde diverso, unico segno della primavera. Non c’è altro che querce. Con una forza lenta e invincibile le foreste distrutte si sono rifatte e già guadagnano il crinale del monte. Vedo sul cielo lucente la rada fila, gli alberi neri cresciuti sotto un incessante traboccare di venti. Sembra impossibile che proprio da questa aridità nasca il fiume. Le sue acque scorrono sotterranee e il loro corso è segnato da una traccia esigua di oleandri che si sprofonda con la sua lieve fioritura tra gli alti dirupi e sparisce come nell’imboccatura di un enorme assaggio di miniera. Il fondo del viottolo è nero per tutto il carbone che i Toscani hanno fatto in queste foreste e trasportato coi loro muli. Ancora si vede, qua e là, la traccia di una carbonaia. Dal colle di Medados, che a un certo punto sbarra la valle, la quale, più oltre, si fa ancor più chiusa e selvaggia, scendono un bambino e una donna, mi vengono incontro. Il bambino precede la donna cantando qualche cosa che gli hanno insegnato a scuola, ma non appena mi vede smette e ficcandosi un dito nel naso mi guarda con diffidenza e attende la madre. Anch’essa mi guarda in silenzio di sotto il fascio di legna secca che porta sul capo. È consuetudine che quelli che scendono dal monte salutino per primi quelli che salgono; ma la donna non saluta. C’è nel suo sguardo la stessa diffidenza del suo bambino, ma consapevole e grave. Io proseguo e dopo un poco risento nel silenzio la vocetta del bambino, che ha ripreso a cantare. Più oltre, un gruppo d’uomini, donne e ragazzi viene avanti coi ciuchini carichi di legna. Anche le donne portano tutte un fascio sulla testa e gli uomini la bisaccia, da cui spunta qualche tronco secco.

Così, pazientemente, si fanno la provvista di legna per l’inverno ancora lontano. Forse è il mio bastone da passeggio che dà loro il diritto di guardarmi con tanta durezza. Eppure è la stessa gente che si alza rispettosamente per salutare mia sorella, quando passa davanti alle loro porte. Forse mi credono forestiero; oppure mi scambiano con qualcuno che li ha offesi; forse qualcuno della mia famiglia, in altri tempi, li ha offesi davvero, ed essi conservano il loro rancore attraverso generazioni. Chi sa! Mi viene un altro sospetto, che costoro siano miei parenti. Cosa ne è stato dei parenti che il nonno Uras dimenticò quando cominciò ad arricchirsi? Non ne ho mai avuto notizia; eppure sono sparsi tra questa gente di San Silvano. C’è qualche cosa, in queste facce, che le fa somigliare alla mia. Quell’uomo che si toglie di bocca il sigaro e si volta per sputare oltre la groppa dell’asino, per esempio. Mi faccio animo e saluto per primo: voglio sentire la loro voce.
 

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