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Brano 2 da Paese d’ombre

Autore: Giuseppe Dessì
Lettura: Paese d'Ombre Parte seconda, pp. 73-75 - Edizione Mondadori
Argomento: Il disboscamento e le miniere
Durata: 04:34
Dimensione del file: 4,2 MB

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Nel 1740, il Re aveva concesso al nobile svedese Carlo Gustavo Mandell il diritto di sfruttare tutte le miniere di Parte d’Ispi in cambio di un’esigua percentuale sul minerale raffinato; e gli aveva permesso di prelevare nelle circostanti foreste il carbone e la legna per le fonderie, costringendo i comuni a vere e proprie corvè e distruggendo così il patrimonio forestale della regione.

Lo scempio era continuato anche quando miniere e fonderie, scaduto il contratto trentennale di Mandell, furono gestite direttamente dal regio governo. Anzi da allora la situazione si era aggravata, perché le richieste di combustibile si erano fatte più pressanti e perentorie.

La folla radunata in piazza era convinta che la proposta dell’ingegnere nascondesse un tranello, ma Ferraris voleva solo aiutarli, e cercava di spiegarlo ad Angelo che gli faceva da interprete. Gli sprovveduti montanari erano lontani dall’immaginare che proprio il duro e autoritario Ferraris era uno dei pochi tecnici piemontesi preoccupati della progressiva distruzione dei boschi. Ferraris aveva più volte proposto che, per la fondita del minerale, venisse adoperato il carbon fossile che si ricavava nello stesso bacino minerario del Sulcis. Ma il Re, avidissimo della miserrima percentuale del 2% che gli spettava per contratto sull’argento e il piombo raffinati, respingeva tutte le proposte di esperimenti innovatori che rischiassero in qualche modo di ritardare il ritmo della produzione. Così l’ingegnere correva il rischio di passare per un sobillatore e un giacobino quando cercava di salvare quel poco che restava delle foreste di Parte d’Ispi e, dalla popolazione, veniva considerato un aguzzino dell’esoso governo.

Certo è che, quando si trattava di esigere il tributo della legna, Antonio Ferraris faceva sul serio e otteneva quel che voleva. Anche quella volta era deciso a farsi obbedire. Era un uomo d’azione, abituato a fare bene tutto ciò che faceva. Quella mattina, in piazza Frontera, si rese subito conto del malinteso che stava per nascere e, senza insistere sui volontari disse, sempre servendosi di Angelo che traduceva nel dialetto di Norbio, che, per il momento, non gli importava niente del carbone e della legna, e ascoltò egli stesso, con meraviglia, le proprie parole rimbombare nella piazza. Aspettò un momento poi saltò giù dal tavolo e, levatasi la giacca corse verso il torrente, entrò nell’acqua fino alla vita e, con le mani nude, cominciò a rimuovere i detriti accumulatisi in mezzo al fiume.

Venti o trenta uomini consegnarono alle donne i cavalli e i mantelli e lo seguirono. Dalle case vicine furono portati gli attrezzi: picconi, zappe, vanghe, corde, rampini. In pochi minuti la diga di detriti fu rimossa e la corrente defluì senza impedimenti. Ma il volume dell’acqua era sempre tale da impedire il guado del torrente, così che il paese rimaneva tagliato in due. Sulle due rive opposte, da piazza Frontera, asciutta per la sua posizione elevata e da piazza Cadoni, ancora invasa dall’acqua, la folla guardava attonita lo strano spettacolo offerto da quel forestiero avvezzo a comandare e a farsi obbedire, che lavorava come un manovale con l’acqua fino al petto lisciandosi ogni tanto la barba e i capelli con le mani bagnate e sporche di fango.

Ma la corrente continuava a portare in quantità tronchi, rami, grovigli di erbe e di cespugli, carogne di pecore, di mucche, di porci; e in poco tempo, la diga appena disfatta tornava a formarsi e l’acqua ricominciava a salire. Ferraris, rosso in faccia, urlava i suoi ordini, ma si faceva capire più con i gesti che con le parole. Angelo guardava col collo teso, come tutti gli altri, e intanto pensava a Valentina e alle sue sorelle. Chi sa per quanti giorni sarebbero rimaste bloccate, al di là del torrente, insieme con gli abitanti della riva destra.
 

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